Occidente visto da Oriente. Nello Schisano

Introduzione

Gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 contro gli Stati Uniti, al cuore del più grande rappresentante dell’occidente, hanno sconvolto incredibilmente la società civile e la comunità intellettuale occidentali. Molte sono state le reazioni a questi inaspettati eventi e molto si è scritto e detto sui cambiamenti che questo arrecherà. In primo luogo, alcuni, nettamente sconvolti dai fatti, hanno innalzato la bandiera dei valori occidentali e, traendo ispirazione dalla visione manichea avanzata dal saggio di Samuel P. Huntington  “Scontro di civiltà?”, hanno indetto una “guerra santa” contro il nuovo nemico, identificato nell’islamismo radicale (alcuni, ancora più sconvolti, hanno finito per eguagliare islamismo radicale con religione musulmana).

 Ian Buruma   Avishai Margalit

[@more@]

Altri, all'opposto contrario, in nome di un non ben definito terzomondismo e di un ancora meno chiaro concetto di pacifismo, si sono fatto scudo di alcuni luoghi comuni per nascondere la propria inadeguatezza ad affrontare le sfide che questi fatti prospettano e si sono lavati le mani, ergendosi addirittura, in alcuni casi, a paladini della giustizia internazionale, mentre, contemporaneamente, cercavano di nascondere le loro complicità e le loro colpe. Addirittura, c'è chi ha sostenuto la tesi del complotto messo in atto dai servizi segreti statunitensi, per giustificare le due successive invasioni di Afghanistan e Irak, che effettivamente, hanno permesso di raggiungere il parziale controllo di una zona considerata fondamentale da tutti gli analisti di politica internazionale.

Nel mezzo di queste, e molte altre posizioni, il cui giudizio esime dalla volontà dell'autore di questo testo, c'è stato anche chi ha cercato di rispondere alla domanda «perché ci odiano tanto?» e di capire a fondo le origini del pensiero anti-occidentale, come Avishai Margalit e Ian Buruma, autori del libro Occidentalismo: breve historia del sentimento antioccidental. A differenza di quello che si può pensare a prima vista, per Occidentalismo gli autori intendono «la imagen deshumanizadora de Occidente que pintan sus detractores», quindi l'insieme degli stereotipi e dei luoghi comuni che sono presenti al di fuori dell'occidente e che alimentano una visione mistificata di quest'ultimo. Il termine si rifà direttamente al famoso saggio di Edward Said, intitolato «Orientalismo» (?), il quale, appunto, aveva creato tale categoria per riferirsi alla visione pregiudiziale che si aveva sempre avuto negli studi sulla cultura e i popoli dell'oriente: gli autori non hanno fatto nient'altro che ribaltare il termine per ottenerne uno capace di descrivere un atteggiamento totalmente inverso, cioè quello di chi si approccia allo studio e all'analisi dell'occidente  in senso critico attraverso pregiudizi e interpretazioni erronee. Ed è proprio l'analisi della genesi del sentimento anti-occidentale e il tentativo di comprendere che cos'è, cosa rivendica e perché sono i temi centrali di questo saggio che, inoltre, affronta la questione da un altro punto di vista: «cuanto hemos relatado en este libro no conforma una historia maniquea de civilizaciones en guerra unas con otras. Al contrario, es la historia de una contaminación cruda, de la propagación de las malas ideas». Questa è forse la tesi più innovativa e più rilevante apportata da questi autori; cioè che, molto probabilmente, le scintille che hanno acceso questo fuoco, che attualmente sembra essere uno dei problemi più incombenti per l'umanità (occidentale o occidentalizzata, si intende), siano state generate da coloro che adesso ne subiscono le conseguenze; o, per dirla con le parole di Christopher Hitchens, "il suicidio della nostra società è stato progettato all'interno delle sue mura". Inoltre, uno dei grandi meriti degli autori, è quello di aver fornito un termine ad hoc per definire il pensiero anti-occidentale e chi ne segue i dettami, ed aver cercato di mettere un po' di ordine nella confusa vastità di definizioni possibili. Tutto ciò non è cosa da poco, anche perché gli errori di definizione possono portare non poche volte ad errori interpretativi e letture erronee della situazione concreta che si affronta.

Il presente saggio intende presentare le tesi di Buruma e Margalit, prendendo spunto proprio da un punto di vista completamente opposto al loro, cioè quello dello "scontro di civiltà" di Samuel P. Huntington; passando poi ad un'analisi del concetto innovatore di incrocio di civiltà e proseguendo attraverso una panoramica delle dinamiche di influenza tra idee occidentali e orientali. Infine, si concluderà, cercando di proporre la tesi centrale degli autori come una possibile parte di soluzione a questioni attualmente molto scottanti, come la multiculturalità e la ricerca di una identità come problema.

Samuel P. Huntington e lo scontro di civiltà

Nel 1993 appare sulla rivista Foreign Affairs un articolo, (che successivamente verrà ampliato e trasformato nel libro The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (El choque de civilizaciones y la reconfiguración del orden mundial) pubblicato nel 1996) firmato da Samuel P. Huntington, chiamato Clash of civilizations?(¿El choque de civilizaciones?). Quest'articolo, destinato a suscitare grande attenzione, rispondeva indirettamente alle tesi avanzate da Francis Fukuyama in The end of history and the last man (El fin de la historia y el último hombre), secondo il quale con la fine del comunismo, finiva anche il possibile cammino di evoluzione dell'umanità, che confluiva, terminando, nello stato liberale, democratico e capitalista. Huntington, per conto suo, sosteneva che la storia non sarebbe finita con la caduta del muro di Berlino, ma anzi, le dinamiche geo-politiche post-Guerra Fredda si sarebbero evolute intorno ad un nuovo concetto: la cultura, o meglio, lo scontro tra le distinte culture. Secondo le sue stesse parole: «La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologia né economica. Le grandi divisioni dell'umanità e la fonte di conflitto principale saranno legata alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro». Logicamente, questa tesi ha trovato la sua conferma immediata, almeno agli occhi dei più, negli attentati dell'11 Settembre e nella "guerra santa" che Osama Bin Laden e Al-Qaeda hanno lanciato contro gli Stati Uniti e l'occidente in generale. E, allo stesso tempo, è bastato poco affinché le idee e soprattutto il linguaggio di Huntington siano entrati subito a far parte dell'armamento ideologico dei difensori dell'occidente. Ma qualcuno, più attento osservatore, si è posto diverse domande e ha sollevato non pochi interrogativi riguardo questo tema, mettendo subito al corrente del rischio che si andava correndo identificando l'atto di alcuni "militanti usciti di senno" (parafrasando un articolo di E. Said apparso in Italia su Repubblica nel novembre del 2001), come la manifestazione di un'intera cultura. È anche vero che le idee e le azioni di questo gruppo di estremisti sono state accettate e osannate da non poche piazze e da non poche folle in paesi non occidentali (soprattutto in paesi musulmani); ma è anche vero che gli Stati Uniti rappresentano, in una parte dell'immaginario collettivo di quello che si definisce Terzo Mondo (o Sud del mondo o Paesi in Via di Sviluppo), il simbolo della dominazione occidentale capitalista e neo-imperialista e suscitano sentimenti e rancori che facilmente mobilitano le persone. Inoltre, non è da escludere la questione della strumentalizzazione di tali manifestazioni da parte di alcune elites complici e interessate a creare un clima di tensione. Tutti queste estremizzazioni ed esasperazioni dei sentimenti di odio portano inequivocabilmente a una semplificazione ed una analisi superficiale della realtà: il pericolo che si corre è quello di interpretare l'attuale situazione mondiale in base a categorie manichee, dando adito al paradigma dell'occidente assediato e contro tutti che, in parte, non fa nient'altro che riprodurre le stesse categorie mentali e lo stesso linguaggio della Guerra Fredda, solo con un cambio di nemico: questa volta non ci sono più i comunisti nella parte dell'impero del male di reganiana memoria, ma i perfidi islamisti che vogliono invadere le nazioni occidentali, convertire alla loro religione e imporre i loro usi e costumi. Questa visione, che è già presente in una parte della classe politica di molti paesi occidentali e in buoni strati della società civile, oltre ad essere pericolosa e oltraggiosa, tralascia alcuni evidenti particolari. In primo luogo, le attuali società occidentali si caratterizzano per una buona dose di multiculturalità, soprattutto alla luce della situazione demografica attuale e dei movimenti migratori. In secondo luogo, come sostiene lo stesso Said nel suo articolo citato precedentemente, «quanto sono inadeguate le etichette, le generalizzazioni? Una decisione unilaterale di tracciare linee nella sabbia, intraprendere crociate per opporre al loro male il nostro bene, per estirpare il terrorismo e, nel vocabolario nichilista di Paul Wolfowitz, porre interamente fine alle nazioni, non rende affatto più facile individuare queste supposte entità, ma piuttosto, esprime quanto sia più semplice fare affermazioni bellicose al fine di mobilitare le passioni collettive piuttosto che riflettere, esaminare cercare di capire che cosa stiamo in realtà». Cioè, quanto di vero c'è nelle parole di chi cerca di creare divisioni e conflitti, strumentalizzando la volontà delle masse per raggiungere i propri fini e, soprattutto, quanto c'è di vero nelle categorie e nei paradigmi generalizzati che vengono creati per differenziare le distinte culture? Quanto ci lega e quanto ci divide?

 Samuel P. Huntington

L'evidenza empirica che si può trarre da queste osservazioni è che, allo stato attuale, è molto difficile, anzi addirittura impossibile, stabilire un confine netto tra culture ed evitare che una non influenzi l'altre, quindi, risulterà certamente vano il tentativo di ergere il paradigma culturale a sinonimo di identità . Parafrasando ancora una volta l'articolo di Said: « Esistono legami più stretti tra civiltà apparentemente in guerra tra loro di quanto alla maggior parte di noi piaccia credere e, come hanno dimostrato sia Freud che Nietzsche, il traffico tra confini attentamente salvaguardati, persino presidiati, avviene con una facilità che spesso spaventa». Le domande che vengono sollevate a questo punto sono: come costruire l'identità dell'attuale società multiculturale e globalizzata? Cosa scegliere tra universalismo omologante e relativismo particolareggiante?

L'incrocio delle civiltà

Tornando al saggio di Buruma e Margalit, appare evidente che quello che ci unisce, in quanto genere umano, è molto ed è molto forte. L'intreccio tra le culture e i modi di vita è il filo conduttore della trattazione e mostra come le rappresentazioni schematiche di mondi chiusi in scompartimenti a tenuta stagna, che non comunichino tra loro è fuorviante, rispetto ad una visione di scambi e contaminazioni reciproche. L'incrocio delle culture, e non lo scontro tra civiltà, è la conclusione più importante e con maggiore forza teorica che si può trarre da una analisi attenta del saggio. Sembra quasi che gli autori intendano metterci in guardia dalle involuzioni che puntualmente (direi ciclicamente) si fanno avanti nei momenti di crisi; è un fatto certo e provato che, ogniqualvolta un determinata comunità politica si trova in crisi e le sue fondamenta vengono messe in discussione, sono sempre gli estremismi quelli che fanno la loro comparsa per primi: o religiosi o nazionalisti o etnici o di qualunque altro tipo. Ed è anche vero che, da quando si è presentata la sfida del terrorismo internazionale, è sempre più comune sentir parlare di Occidente e degli altri, come di due mondi distinti. È tornato incredibilmente in voga il termine "occidente", quando sembrava che, già alcuni anni fa, fosse stato accantonato dall'atlante civile, fosse stato messo da parte dalla caduta del comunismo, dalla fine dello scontro Est-Ovest, ma anche dal terzomondismo e dall'uso sempre più imperante delle categorie sud-nord. La globalizzazione, poi, sembrava averlo superato del tutto o ridotto ad un sinonimo minore, occidentalizzazione. Invece, adesso, il termine "occidente" è tornato alla ribalta nella sua accezione più polemica e più chiusa: "occidente" riportato in auge dai suoi stessi nemici, dai cosiddetti "occidentalisti", è la versione più reazionaria e intransigente che ci si potesse aspettare, quella che più aggressivamente difende la propria identità e i propri valori, tendendo a sottolineare sempre la diversità con l'altro, con l'estraneo. Così come gli antichi greci tacciavano di barbarismo tutte le popolazioni che non facevano parte della loro comunità e non condividevano la loro cultura, così l'attuale mondo occidentale identifica ed etichetta, in maniera univoca, come "diverso", "altro", ma anche sconosciuto e in quanto tale nemico e sicuramente pericoloso per il proprio futuro, tutto ciò, indistintamente, che non faccia parte del proprio mondo, della propria comunità. È una sorta di ritorno indotto al comunitarismo estremo, un fondamentalismo al contrario, per cui l'occidente si spoglia della propria supposta caratteristica di universalità, rinuncia alla propria missione di diffusione di valori universali, come la dignità, i diritti delle essere umano, la libertà e altri (facendo riferimento a questi solo quando strettamente necessario, ma essendo disposto a farne volentieri a meno in base alla situazione), si chiude in sé stesso, temendo che tutto ciò che è diverso da esso possa contaminare la propria identità, e ritorna a rivendicare la sua superiorità civile e morale: il cosiddetto "fardello dell'uomo bianco". A questa deriva pericolosissima, che può condurre solo ed unicamente ad uno scontro letale, cercano di rispondere alcuni pensatori, tra cui Buruma e Margalit, i quali (secondo chi sta scrivendo), cercano di mettere in guardia dagli errori che si stanno commettendo e indicano una possibile soluzione, rispetto a chi inneggia allo scontro di civiltà e propizia solo ed unicamente un'interminabile conflitto.

Oriente e occidente: lo spirito e la ragione

Nel linguaggio e nel pensiero degli occidentalisti i concetti di occidente ed oriente mutano profondamente e perdono la loro accezione classica. Non sono più uno l'opposto dell'altro, due mondi che, in base a noti stereotipi, si distinguono in maniera speculare: razionalità occidentale contro spiritualità orientale, impazienza contro lentezza, meccanicismo contro tradizionalismo, mutamento continuo contro permanenza immutabile. La globalizzazione e la cosiddetta occidentalizzazione hanno reso il mondo intero simile al modello propugnato dalla parte che detiene il controllo economico (infatti, è proprio l'economia il cavallo di troia che apre la strada alla penetrazione), per lo meno per ciò che riguarda i valori e i modelli dominanti. Ed è proprio dalla reazione al diffondersi spropositato dei modelli di sviluppo e culturali occidentali che nasce la reazione a questi. Non a caso, l'odio più accanito degli "occidentalisti" si concentra proprio sulla parte occidentalizzata e riformista delle loro stesse società; la guerra santa islamica contro l'occidente è in primo luogo una guerra di riconquista interna (lo dimostra, in parte, ma non solo, il numero incredibile di morti che ci sono stati nei paesi musulmani a causa degli attacchi terroristi, che è molto maggiore delle vittime degli attentati avvenuti in occidente). L'Iran sciita riscattato alla Persia imperiale di Reza Pahlavi, l'Afghanistan talebanizzato sottratto alla monarchia riformista e al laicismo sovietizzante, la lotta iniziata dallo sceicco Osama Bin Laden per purificare l'Arabia Saudita profanata dal passaggio delle soldatesse americane sono tutti esempi di questa guerra intestina che sconvolge il mondo islamico, che sicuramente attualmente è il luogo dove più si manifesta quest'odio per l'occidente e la modernizzazione e la razionalizzazione che esso presuppone. Come sostengono gli stessi autori: «el movimento revolucionario islamista que en la actualidad acecha al mundo entero, de Kabul a Java, no habría existido sin el áspero secularismo de Reza Shah Palevi o sin los experimentos fallidos de socialismo de estado que llevaron a cabo en Egipto, Siria y Argelia». Ma non solo il mondo islamico è sconvolto da tali eventi, diverse sono, nell'attualità e nel passato, le forme di reazione "occidentaliste". Attenzione però a non confondere le varie motivazioni che possono spingere a odiare l'occidente: certamente risulterebbe difficile accomunare i movimenti anti-globalizzazione latinoamericani con i jihadisti, e di questo gli autori sono ben consci e si rendono conto di mettere in guardi da questa interpretazione sbagliata.

La reazione ai tentativi di modernizzazione e occidentalizzazione da parte di forze riformiste ha dato vita alla contro-reazione, ma questa non è un invenzione dei teorici islamisti: diversi sono i richiami a teorie anti-occidentali che hanno visto la luce nell'occidente stesso e che fondano le loro radici nelle correnti di pensiero che apparvero come reazione all'Illuminismo e alle sue ramificazioni secolari e liberali e al diffondersi dell'industrializzazione, del capitalismo e del liberalismo economico. Insomma, in tutto quello che si può identificare come pensiero anti-moderno, anti-liberale o anti-democratico. Anche se risulta molto difficile determinare con esattezza il contesto storico in cui prendono vita queste idee, anche se si possono trovare suoi echi nella Germania nazista, nell'Italia mussoliniana o nell'Unione Sovietica staliniana. L'idea che la cultura occidentale possa generare confusione mentale e corruzione spirituale, infatti, è presente già nel linguaggio dei nazionalsocialisti in Germania e da altri fascismi europei, nonché nel pensiero degli scrittori ed ideologi che hanno ispirato il nazismo e il fascismo in generale: gli attacchi di questi erano rivolti contro la Francia repubblicana, l'America capitalista, l'Inghilterra liberale e l'ebreo cosmopolita e senza radici. Quello che veniva messo in discussione e criticato era la forma di essere dell'occidente in quanto tale e la sua cultura vile e "senz'anima", che si rifugiava nella ricerca del «komfortismus». Dall'analisi del linguaggio e delle teorie di molti pensatori "occidentalisti" si potrà facilmente notare come i richiami a questi antecedenti europei siano realmente sorprendenti. Prendendo ancora spunto dal testo: «casi todas las revueltas contra el imperialismo occidental y contra sus imitaciones locales se han inspirado muchísimo en determinadas ideas occidentales». E l'esempio del Giappone dell'epoca Meiji è emblematico a riguardo. Sembra sentirsi dire, ancora una volta, che l'occidente si trova di fronte alle conseguenze dei propri errori e alle responsabilità che diverse volte si sono lasciate cadere nel dimenticatoio; quasi per un gioco di ironia si trova a pagare, ancora una volta, il conto per le azioni e i misfatti che sembrava fossero stati sepolti con la disfatta del nazismo, la fine della colonizzazione e la caduta del comunismo. Dicono Buruma e Margalit a riguardo: «de hecho, una de las opiniones que sostenemos es que el occidentalismo, como el capitalismo, el marxismo y muchos otros ismos modernos, nació en Europa antes de verse trasplantado a otras partes del mundo».

L'odio sviscerato nei confronti della modernità, il richiamo ai valori tradizionali e spirituali e la conseguente rivendicazione della loro superiorità e della necessità di eliminare e distruggere il modello antagonista sono essi stessi intrisi negli stessi modelli teorici propri della modernità occidentale; gli stessi mezzi utilizzati per colpire il mortale nemico dimostrano una inevitabile collisione degli islamisti con la modernità stessa (le tecniche utilizzate nell'attacco dell'11 Settembre sono la conferma di questo legame inscindibile tra modernità ed anti-modernità). Questa è un'ennesima prova del fatto che è impossibile scindere il mondo secondo una visione manichea e che le collisioni e le rispettive influenze tra culture suppostamente divise sono inevitabili. 

Conclusioni

Quella che Buruma e Margalit ripercorrono è una storia di teorie che si diffondo fino a diventare idee correnti e ad influire sulla cultura e la mentalità popolare. Ma il rischio possibile, che vale la pena sottolineare, è la più volte ripetutasi tendenza dei pensatori occidentali di spiegare ciò che non riescono a comprendere attraverso la rievocazione di teorie e di eventi già avvenuti. Diversi commentatori hanno sottolineato la possibilità di tale rischio e, secondo il giudizio di chi scrive, la possibilità è reale e essenzialmente probabile.  Non si sostiene che sia proprio questo il caso e non si vuole qui sollevare una critica alle affermazioni dei due autori, che, tra l'altro dimostrano un conoscimento fuori (rispetto a molti altri "intellettuali") dal comune della realtà analizzata. Ma comunque, al di là delle idee di fondo trattate che, utilizzate in maniera corretta e assimilate dagli uomini politici occidentali, possono aiutare in maniera determinante (ma non in maniera decisiva) a risolvere i problemi legati alla questione della multiculturalità e della creazione di una identità mondiale, a poter realizzare il sogno utopico di poter scrivere sul proprio passaporto "Nazionalità: umana"! Il cosiddetto occidente (o sarebbe meglio parlare dei paesi maggiormente sviluppati, anche se questa affermazione solleva la domanda di cosa sia lo sviluppo, che esime dal tema di questo saggio) ha delle responsabilità e ha la possibilità di giocare un ruolo determinante nella risoluzione di queste questioni. Certamente l'atteggiamento ispirato allo "scontro tra civiltà" è il meno adatto alla soluzione di queste sfide globali. Ma, allo stesso tempo, ci si rende conto che stiamo parlando di dinamiche sociali, culturali e sociologiche difficilmente semplificabili, ma che meritano un'analisi molto più approfondita, iniziando appunto, dalla critica interna delle stesse azioni e della cultura dominante dello stesso occidente.

Bibliografia

I. Buruma, A. Margalit, Occidentalismo: breve historia del sentimiento antioccidental, Ediciones Península, 2005.

E. Said, Lo scontro delle ignoranze, articolo apparso su Repubblica, 01/11/01.

S. P. Huntington, El choque de civilizaciones y la reconfiguración del orden mudial,  Ediciones Paidós, 2005.

C. Hitchens, Occidentalismo, articolo pubblicato su Internazionale nº558, 23/09/04.

Ian Buruma, The origin of Occidentalism, tratto dal sito http://www.ianburuma.com



Quant a vicentflor

Vicent Flor nasqué l'any 1971 a València, ciutat on hi hi viu. És llicenciat en Ciències Polítiques i Sociologia i també en Antropologia Social i Cultural per la UNED i doctor en Sociologia per la Universitat de València. Des de 2000 és professor de Sociologia de la Universitat de València i professor tutor de la UNED.
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Occidente visto da Oriente. Nello Schisano

Introduzione

Gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 contro gli Stati Uniti, al cuore del più grande rappresentante dell’occidente, hanno sconvolto incredibilmente la società civile e la comunità intellettuale occidentali. Molte sono state le reazioni a questi inaspettati eventi e molto si è scritto e detto sui cambiamenti che questo arrecherà. In primo luogo, alcuni, nettamente sconvolti dai fatti, hanno innalzato la bandiera dei valori occidentali e, traendo ispirazione dalla visione manichea avanzata dal saggio di Samuel P. Huntington  Scontro di civiltà?”, hanno indetto una “guerra santa” contro il nuovo nemico, identificato nell’islamismo radicale (alcuni, ancora più sconvolti, hanno finito per eguagliare islamismo radicale con religione musulmana). Altri, all’opposto contrario, in nome di un non ben definito terzomondismo e di un ancora meno chiaro concetto di pacifismo, si sono fatto scudo di alcuni luoghi comuni per nascondere la propria inadeguatezza ad affrontare le sfide che questi fatti prospettano e si sono lavati le mani, ergendosi addirittura, in alcuni casi, a paladini della giustizia internazionale, mentre, contemporaneamente, cercavano di nascondere le loro complicità e le loro colpe. Addirittura, c’è chi ha sostenuto la tesi del complotto messo in atto dai servizi segreti statunitensi, per giustificare le due successive invasioni di Afghanistan e Irak, che effettivamente, hanno permesso di raggiungere il parziale controllo di una zona considerata fondamentale da tutti gli analisti di politica internazionale.

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Nel mezzo di queste, e molte altre posizioni, il cui giudizio esime dalla volontà dell’autore di questo testo, c’è stato anche chi ha cercato di rispondere alla domanda «perché ci odiano tanto?» e di capire a fondo le origini del pensiero anti-occidentale, come Avishai Margalit e Ian Buruma, autori del libro Occidentalismo: breve historia del sentimento antioccidental. A differenza di quello che si può pensare a prima vista, per Occidentalismo gli autori intendono «la imagen deshumanizadora de Occidente que pintan sus detractores», quindi l’insieme degli stereotipi e dei luoghi comuni che sono presenti al di fuori dell’occidente e che alimentano una visione mistificata di quest’ultimo. Il termine si rifà direttamente al famoso saggio di Edward Said, intitolato «Orientalismo» (?), il quale, appunto, aveva creato tale categoria per riferirsi alla visione pregiudiziale che si aveva sempre avuto negli studi sulla cultura e i popoli dell’oriente: gli autori non hanno fatto nient’altro che ribaltare il termine per ottenerne uno capace di descrivere un atteggiamento totalmente inverso, cioè quello di chi si approccia allo studio e all’analisi dell’occidente  in senso critico attraverso pregiudizi e interpretazioni erronee. Ed è proprio l’analisi della genesi del sentimento anti-occidentale e il tentativo di comprendere che cos’è, cosa rivendica e perché sono i temi centrali di questo saggio che, inoltre, affronta la questione da un altro punto di vista: «cuanto hemos relatado en este libro no conforma una historia maniquea de civilizaciones en guerra unas con otras. Al contrario, es la historia de una contaminación cruda, de la propagación de las malas ideas». Questa è forse la tesi più innovativa e più rilevante apportata da questi autori; cioè che, molto probabilmente, le scintille che hanno acceso questo fuoco, che attualmente sembra essere uno dei problemi più incombenti per l’umanità (occidentale o occidentalizzata, si intende), siano state generate da coloro che adesso ne subiscono le conseguenze; o, per dirla con le parole di Christopher Hitchens, “il suicidio della nostra società è stato progettato all’interno delle sue mura”. Inoltre, uno dei grandi meriti degli autori, è quello di aver fornito un termine ad hoc per definire il pensiero anti-occidentale e chi ne segue i dettami, ed aver cercato di mettere un po’ di ordine nella confusa vastità di definizioni possibili. Tutto ciò non è cosa da poco, anche perché gli errori di definizione possono portare non poche volte ad errori interpretativi e letture erronee della situazione concreta che si affronta.

Il presente saggio intende presentare le tesi di Buruma e Margalit, prendendo spunto proprio da un punto di vista completamente opposto al loro, cioè quello dello “scontro di civiltà” di Samuel P. Huntington; passando poi ad un’analisi del concetto innovatore di incrocio di civiltà e proseguendo attraverso una panoramica delle dinamiche di influenza tra idee occidentali e orientali. Infine, si concluderà, cercando di proporre la tesi centrale degli autori come una possibile parte di soluzione a questioni attualmente molto scottanti, come la multiculturalità e la ricerca di una identità come problema.

Samuel P. Huntington e lo scontro di civiltà

Nel 1993 appare sulla rivista Foreign Affairs un articolo, (che successivamente verrà ampliato e trasformato nel libro The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (El choque de civilizaciones y la reconfiguración del orden mundial) pubblicato nel 1996) firmato da Samuel P. Huntington, chiamato Clash of civilizations?(¿El choque de civilizaciones?). Quest’articolo, destinato a suscitare grande attenzione, rispondeva indirettamente alle tesi avanzate da Francis Fukuyama in The end of history and the last man (El fin de la historia y el último hombre), secondo il quale con la fine del comunismo, finiva anche il possibile cammino di evoluzione dell’umanità, che confluiva, terminando, nello stato liberale, democratico e capitalista. Huntington, per conto suo, sosteneva che la storia non sarebbe finita con la caduta del muro di Berlino, ma anzi, le dinamiche geo-politiche post-Guerra Fredda si sarebbero evolute intorno ad un nuovo concetto: la cultura, o meglio, lo scontro tra le distinte culture. Secondo le sue stesse parole: «La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologia né economica. Le grandi divisioni dell'umanità e la fonte di conflitto principale saranno legata alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro». Logicamente, questa tesi ha trovato la sua conferma immediata, almeno agli occhi dei più, negli attentati dell’11 Settembre e nella “guerra santa” che Osama Bin Laden e Al-Qaeda hanno lanciato contro gli Stati Uniti e l’occidente in generale. E, allo stesso tempo, è bastato poco affinché le idee e soprattutto il linguaggio di Huntington siano entrati subito a far parte dell’armamento ideologico dei difensori dell’occidente. Ma qualcuno, più attento osservatore, si è posto diverse domande e ha sollevato non pochi interrogativi riguardo questo tema, mettendo subito al corrente del rischio che si andava correndo identificando l’atto di alcuni “militanti usciti di senno” (parafrasando un articolo di E. Said apparso in Italia su Repubblica nel novembre del 2001), come la manifestazione di un’intera cultura. È anche vero che le idee e le azioni di questo gruppo di estremisti sono state accettate e osannate da non poche piazze e da non poche folle in paesi non occidentali (soprattutto in paesi musulmani); ma è anche vero che gli Stati Uniti rappresentano, in una parte dell’immaginario collettivo di quello che si definisce Terzo Mondo (o Sud del mondo o Paesi in Via di Sviluppo), il simbolo della dominazione occidentale capitalista e neo-imperialista e suscitano sentimenti e rancori che facilmente mobilitano le persone. Inoltre, non è da escludere la questione della strumentalizzazione di tali manifestazioni da parte di alcune elites complici e interessate a creare un clima di tensione. Tutti queste estremizzazioni ed esasperazioni dei sentimenti di odio portano inequivocabilmente a una semplificazione ed una analisi superficiale della realtà: il pericolo che si corre è quello di interpretare l’attuale situazione mondiale in base a categorie manichee, dando adito al paradigma dell’occidente assediato e contro tutti che, in parte, non fa nient’altro che riprodurre le stesse categorie mentali e lo stesso linguaggio della Guerra Fredda, solo con un cambio di nemico: questa volta non ci sono più i comunisti nella parte dell’impero del male di reganiana memoria, ma i perfidi islamisti che vogliono invadere le nazioni occidentali, convertire alla loro religione e imporre i loro usi e costumi. Questa visione, che è già presente in una parte della classe politica di molti paesi occidentali e in buoni strati della società civile, oltre ad essere pericolosa e oltraggiosa, tralascia alcuni evidenti particolari. In primo luogo, le attuali società occidentali si caratterizzano per una buona dose di multiculturalità, soprattutto alla luce della situazione demografica attuale e dei movimenti migratori. In secondo luogo, come sostiene lo stesso Said nel suo articolo citato precedentemente, «quanto sono inadeguate le etichette, le generalizzazioni? Una decisione unilaterale di tracciare linee nella sabbia, intraprendere crociate per opporre al loro male il nostro bene, per estirpare il terrorismo e, nel vocabolario nichilista di Paul Wolfowitz, porre interamente fine alle nazioni, non rende affatto più facile individuare queste supposte entità, ma piuttosto, esprime quanto sia più semplice fare affermazioni bellicose al fine di mobilitare le passioni collettive piuttosto che riflettere, esaminare cercare di capire che cosa stiamo in realtà». Cioè, quanto di vero c’è nelle parole di chi cerca di creare divisioni e conflitti, strumentalizzando la volontà delle masse per raggiungere i propri fini e, soprattutto, quanto c’è di vero nelle categorie e nei paradigmi generalizzati che vengono creati per differenziare le distinte culture? Quanto ci lega e quanto ci divide?

 

L’evidenza empirica che si può trarre da queste osservazioni è che, allo stato attuale, è molto difficile, anzi addirittura impossibile, stabilire un confine netto tra culture ed evitare che una non influenzi l’altre, quindi, risulterà certamente vano il tentativo di ergere il paradigma culturale a sinonimo di identità . Parafrasando ancora una volta l’articolo di Said: «Esistono legami più stretti tra civiltà apparentemente in guerra tra loro di quanto alla maggior parte di noi piaccia credere e, come hanno dimostrato sia Freud che Nietzsche, il traffico tra confini attentamente salvaguardati, persino presidiati, avviene con una facilità che spesso spaventa». Le domande che vengono sollevate a questo punto sono: come costruire l’identità dell’attuale società multiculturale e globalizzata? Cosa scegliere tra universalismo omologante e relativismo particolareggiante?

L’incrocio delle civiltà

Tornando al saggio di Buruma e Margalit, appare evidente che quello che ci unisce, in quanto genere umano, è molto ed è molto forte. L’intreccio tra le culture e i modi di vita è il filo conduttore della trattazione e mostra come le rappresentazioni schematiche di mondi chiusi in scompartimenti a tenuta stagna, che non comunichino tra loro è fuorviante, rispetto ad una visione di scambi e contaminazioni reciproche. L’incrocio delle culture, e non lo scontro tra civiltà, è la conclusione più importante e con maggiore forza teorica che si può trarre da una analisi attenta del saggio. Sembra quasi che gli autori intendano metterci in guardia dalle involuzioni che puntualmente (direi ciclicamente) si fanno avanti nei momenti di crisi; è un fatto certo e provato che, ogniqualvolta un determinata comunità politica si trova in crisi e le sue fondamenta vengono messe in discussione, sono sempre gli estremismi quelli che fanno la loro comparsa per primi: o religiosi o nazionalisti o etnici o di qualunque altro tipo. Ed è anche vero che, da quando si è presentata la sfida del terrorismo internazionale, è sempre più comune sentir parlare di Occidente e degli altri, come di due mondi distinti. È tornato incredibilmente in voga il termine “occidente”, quando sembrava che, già alcuni anni fa, fosse stato accantonato dall’atlante civile, fosse stato messo da parte dalla caduta del comunismo, dalla fine dello scontro Est-Ovest, ma anche dal terzomondismo e dall’uso sempre più imperante delle categorie sud-nord. La globalizzazione, poi, sembrava averlo superato del tutto o ridotto ad un sinonimo minore, occidentalizzazione. Invece, adesso, il termine “occidente” è tornato alla ribalta nella sua accezione più polemica e più chiusa: ”occidente” riportato in auge dai suoi stessi nemici, dai cosiddetti “occidentalisti”, è la versione più reazionaria e intransigente che ci si potesse aspettare, quella che più aggressivamente difende la propria identità e i propri valori, tendendo a sottolineare sempre la diversità con l’altro, con l’estraneo. Così come gli antichi greci tacciavano di barbarismo tutte le popolazioni che non facevano parte della loro comunità e non condividevano la loro cultura, così l’attuale mondo occidentale identifica ed etichetta, in maniera univoca, come “diverso”, “altro”, ma anche sconosciuto e in quanto tale nemico e sicuramente pericoloso per il proprio futuro, tutto ciò, indistintamente, che non faccia parte del proprio mondo, della propria comunità. È una sorta di ritorno indotto al comunitarismo estremo, un fondamentalismo al contrario, per cui l’occidente si spoglia della propria supposta caratteristica di universalità, rinuncia alla propria missione di diffusione di valori universali, come la dignità, i diritti delle essere umano, la libertà e altri (facendo riferimento a questi solo quando strettamente necessario, ma essendo disposto a farne volentieri a meno in base alla situazione), si chiude in sé stesso, temendo che tutto ciò che è diverso da esso possa contaminare la propria identità, e ritorna a rivendicare la sua superiorità civile e morale: il cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”. A questa deriva pericolosissima, che può condurre solo ed unicamente ad uno scontro letale, cercano di rispondere alcuni pensatori, tra cui Buruma e Margalit, i quali (secondo chi sta scrivendo), cercano di mettere in guardia dagli errori che si stanno commettendo e indicano una possibile soluzione, rispetto a chi inneggia allo scontro di civiltà e propizia solo ed unicamente un’interminabile conflitto.

Oriente e occidente: lo spirito e la ragione

Nel linguaggio e nel pensiero degli occidentalisti i concetti di occidente ed oriente mutano profondamente e perdono la loro accezione classica. Non sono più uno l’opposto dell’altro, due mondi che, in base a noti stereotipi, si distinguono in maniera speculare: razionalità occidentale contro spiritualità orientale, impazienza contro lentezza, meccanicismo contro tradizionalismo, mutamento continuo contro permanenza immutabile. La globalizzazione e la cosiddetta occidentalizzazione hanno reso il mondo intero simile al modello propugnato dalla parte che detiene il controllo economico (infatti, è proprio l’economia il cavallo di troia che apre la strada alla penetrazione), per lo meno per ciò che riguarda i valori e i modelli dominanti. Ed è proprio dalla reazione al diffondersi spropositato dei modelli di sviluppo e culturali occidentali che nasce la reazione a questi. Non a caso, l’odio più accanito degli “occidentalisti” si concentra proprio sulla parte occidentalizzata e riformista delle loro stesse società; la guerra santa islamica contro l’occidente è in primo luogo una guerra di riconquista interna (lo dimostra, in parte, ma non solo, il numero incredibile di morti che ci sono stati nei paesi musulmani a causa degli attacchi terroristi, che è molto maggiore delle vittime degli attentati avvenuti in occidente). L’Iran sciita riscattato alla Persia imperiale di Reza Pahlavi, l’Afghanistan talebanizzato sottratto alla monarchia riformista e al laicismo sovietizzante, la lotta iniziata dallo sceicco Osama Bin Laden per purificare l’Arabia Saudita profanata dal passaggio delle soldatesse americane sono tutti esempi di questa guerra intestina che sconvolge il mondo islamico, che sicuramente attualmente è il luogo dove più si manifesta quest’odio per l’occidente e la modernizzazione e la razionalizzazione che esso presuppone. Come sostengono gli stessi autori: «el movimento revolucionario islamista que en la actualidad acecha al mundo entero, de Kabul a Java, no habría existido sin el áspero secularismo de Reza Shah Palevi o sin los experimentos fallidos de socialismo de estado que llevaron a cabo en Egipto, Siria y Argelia». Ma non solo il mondo islamico è sconvolto da tali eventi, diverse sono, nell’attualità e nel passato, le forme di reazione “occidentaliste”. Attenzione però a non confondere le varie motivazioni che possono spingere a odiare l’occidente: certamente risulterebbe difficile accomunare i movimenti anti-globalizzazione latinoamericani con i jihadisti, e di questo gli autori sono ben consci e si rendono conto di mettere in guardi da questa interpretazione sbagliata.

La reazione ai tentativi di modernizzazione e occidentalizzazione da parte di forze riformiste ha dato vita alla contro-reazione, ma questa non è un invenzione dei teorici islamisti: diversi sono i richiami a teorie anti-occidentali che hanno visto la luce nell’occidente stesso e che fondano le loro radici nelle correnti di pensiero che apparvero come reazione all’Illuminismo e alle sue ramificazioni secolari e liberali e al diffondersi dell’industrializzazione, del capitalismo e del liberalismo economico. Insomma, in tutto quello che si può identificare come pensiero anti-moderno, anti-liberale o anti-democratico. Anche se risulta molto difficile determinare con esattezza il contesto storico in cui prendono vita queste idee, anche se si possono trovare suoi echi nella Germania nazista, nell’Italia mussoliniana o nell’Unione Sovietica staliniana. L’idea che la cultura occidentale possa generare confusione mentale e corruzione spirituale, infatti, è presente già nel linguaggio dei nazionalsocialisti in Germania e da altri fascismi europei, nonché nel pensiero degli scrittori ed ideologi che hanno ispirato il nazismo e il fascismo in generale: gli attacchi di questi erano rivolti contro la Francia repubblicana, l’America capitalista, l’Inghilterra liberale e l’ebreo cosmopolita e senza radici. Quello che veniva messo in discussione e criticato era la forma di essere dell’occidente in quanto tale e la sua cultura vile e “senz’anima”, che si rifugiava nella ricerca del «komfortismus». Dall’analisi del linguaggio e delle teorie di molti pensatori “occidentalisti” si potrà facilmente notare come i richiami a questi antecedenti europei siano realmente sorprendenti. Prendendo ancora spunto dal testo: «casi todas las revueltas contra el imperialismo occidental y contra sus imitaciones locales se han inspirado muchísimo en determinadas ideas occidentales». E l’esempio del Giappone dell’epoca Meiji è emblematico a riguardo. Sembra sentirsi dire, ancora una volta, che l’occidente si trova di fronte alle conseguenze dei propri errori e alle responsabilità che diverse volte si sono lasciate cadere nel dimenticatoio; quasi per un gioco di ironia si trova a pagare, ancora una volta, il conto per le azioni e i misfatti che sembrava fossero stati sepolti con la disfatta del nazismo, la fine della colonizzazione e la caduta del comunismo. Dicono Buruma e Margalit a riguardo: «de hecho, una de las opiniones que sostenemos es que el occidentalismo, como el capitalismo, el marxismo y muchos otros ismos modernos, nació en Europa antes de verse trasplantado a otras partes del mundo».

L’odio sviscerato nei confronti della modernità, il richiamo ai valori tradizionali e spirituali e la conseguente rivendicazione della loro superiorità e della necessità di eliminare e distruggere il modello antagonista sono essi stessi intrisi negli stessi modelli teorici propri della modernità occidentale; gli stessi mezzi utilizzati per colpire il mortale nemico dimostrano una inevitabile collisione degli islamisti con la modernità stessa (le tecniche utilizzate nell’attacco dell’11 Settembre sono la conferma di questo legame inscindibile tra modernità ed anti-modernità). Questa è un’ennesima prova del fatto che è impossibile scindere il mondo secondo una visione manichea e che le collisioni e le rispettive influenze tra culture suppostamente divise sono inevitabili.

Conclusioni

Quella che Buruma e Margalit ripercorrono è una storia di teorie che si diffondo fino a diventare idee correnti e ad influire sulla cultura e la mentalità popolare. Ma il rischio possibile, che vale la pena sottolineare, è la più volte ripetutasi tendenza dei pensatori occidentali di spiegare ciò che non riescono a comprendere attraverso la rievocazione di teorie e di eventi già avvenuti. Diversi commentatori hanno sottolineato la possibilità di tale rischio e, secondo il giudizio di chi scrive, la possibilità è reale e essenzialmente probabile.  Non si sostiene che sia proprio questo il caso e non si vuole qui sollevare una critica alle affermazioni dei due autori, che, tra l’altro dimostrano un conoscimento fuori (rispetto a molti altri “intellettuali”) dal comune della realtà analizzata. Ma comunque, al di là delle idee di fondo trattate che, utilizzate in maniera corretta e assimilate dagli uomini politici occidentali, possono aiutare in maniera determinante (ma non in maniera decisiva) a risolvere i problemi legati alla questione della multiculturalità e della creazione di una identità mondiale, a poter realizzare il sogno utopico di poter scrivere sul proprio passaporto “Nazionalità: umana”! Il cosiddetto occidente (o sarebbe meglio parlare dei paesi maggiormente sviluppati, anche se questa affermazione solleva la domanda di cosa sia lo sviluppo, che esime dal tema di questo saggio) ha delle responsabilità e ha la possibilità di giocare un ruolo determinante nella risoluzione di queste questioni. Certamente l’atteggiamento ispirato allo “scontro tra civiltà” è il meno adatto alla soluzione di queste sfide globali. Ma, allo stesso tempo, ci si rende conto che stiamo parlando di dinamiche sociali, culturali e sociologiche difficilmente semplificabili, ma che meritano un’analisi molto più approfondita, iniziando appunto, dalla critica interna delle stesse azioni e della cultura dominante dello stesso occidente. 

Bibliografia

·   I. Buruma, A. Margalit, Occidentalismo: breve historia del sentimiento antioccidental, Ediciones Península, 2005

·    E. Said, Lo scontro delle ignoranze, articolo apparso su Repubblica, 01/11/01

·   S. P. Huntington, El choque de civilizaciones y la reconfiguración del orden mudial,  Ediciones Paidós, 2005

·   C. Hitchens, Occidentalismo, articolo pubblicato su Internazionale nº558, 23/09/04

·  Ian Buruma, The origin of Occidentalism, tratto dal sito http://www.ianburuma.com/.



Quant a vicentflor

Vicent Flor nasqué l'any 1971 a València, ciutat on hi hi viu. És llicenciat en Ciències Polítiques i Sociologia i també en Antropologia Social i Cultural per la UNED i doctor en Sociologia per la Universitat de València. Des de 2000 és professor de Sociologia de la Universitat de València i professor tutor de la UNED.
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